Dove l'Arte regala Poesia, il Gruppo si mette in Gioco.
domenica, 05 luglio 2009
Perchè non riesco ad incrociare i miei occhi?

Mi guardi e non mi osservi.
Sei distante dal mondo; distante da me.

Sei un fiore dimenticato,
che cresce nel cemento.

Perchè non riesco ad incrociare i tuoi occhi?

Ti guardo e non ti osservo.
Sono distante dal mondo; distante da te.

Sono un agnello impaurito,
che piange solo.
giovy81 alle 14:46 in: giovanna salerno
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sabato, 30 maggio 2009
tanto tempo fa, la Grecia antica. Non era un luogo delle favole, come i boschi stregati o le isole fatate, ma era stato il posto dove gli uomini avevano iniziato a pensare che quell’altro grande posto chiamato mondo , che è dove stiamo tutti, poteva essere raccontato attraverso la ragione, che significa capirlo. Col tempo questo racconto sarebbe stato chiamato filosofia, e più avanti ancora scienza, perché l’universo non è una faccenda di occultismo: è un’infinita trama di cause ed effetti, che significa che anche due cose tra loro infinitamente lontane non sono estranee l’una all’altra, perché la loro distanza è fatta di relazioni causali e non di buio incomprensione e paura. Così gli uomini impararono dal "kòsmos" che l’ordine è armonia, e con questo modello in mente si svilupparono le "polis", come fu quella di Atene, le tipiche città stato greche, che anche se non furono esenti da problemi e contraddizioni, trasmisero all’Occidente quello che sarebbe stato il concetto di politica, che non per nulla è alla "polis che deve il suo nome.
Centro vitale della città era l’"agorà", la piazza, dove non solo si svolgeva il mercato e si trovavano i luoghi di culto dedicati alla divinità protettrice, ma dove soprattutto i cittadini liberi si radunavo in “assemblea” per discutere in comunità e decidere collegialmente le leggi. Era il fulcro politico della città, lo spazio fisico a simbolo della democrazia che, è sempre l’etimologia greca a ricordarcelo, è una faccenda che dovrebbe riguardare e appartenere al popolo. Alcuni filosofi, parlando di Atene, dissero che nonostante fosse un luogo di case, mercati, templi e teatri, erano gli stessi cittadini ateniesi a fare la polis. Quei cittadini che, nel condividere la vita della piazza, si ricordavano gli uni agli altri di partecipare dei medesimi diritti, perché l’agorà non era un luogo aperto al pubblico, ma era il luogo del pubblico, e visto che Borges diceva che le generalizzazioni non sono reali ma reali sono i singoli individui – e “il pubblico” è una generalizzazione – potremmo dire meglio che la piazza era il luogo di ognuno dei singoli cittadini che costituivano la polis.

Questo tanto tempo fa. Pochi giorni or sono, invece, a Verona, era mercoledì sera, dei ragazzi vengono minacciati e malmenati da poliziotti in tenuta antisommossa perché suonavano bonghi e chitarre in una piazza del centro di Verona. Già, sempre la piazza, simbolo questa volta che i tempi sono cambiati, che l’agorà non è più il luogo dei singoli cittadini che formano una comunità. Alienare la piazza, renderla una stanza da museo in cui a regnare sono le eco del silenzio, perché quando non si sente nulla si ha paura di tutto, un principio che anche il più mediocre dei film horror ci ha insegnato a sufficienza…
Ciò che viene toccato dall’ordinanza di Tosi in cui si vieta di suonare strumenti musicali in luoghi pubblici dopo le dieci sera non è “il diritto al sonno” dei cittadini o di fantomatiche signore che vivono in centro ma che lavorano a Venezia e che si devono alzare alle cinque del mattino (e queste sono le legittimazioni giuridiche che sono state usate…) . È che oggi la piazza - in un clima politico che, attraverso la voce del suo maggior rappresentante, ha definito l’Italia un paese mono-etnico – può essere tollerata tutt’al più come un luogo di incroci casuali ma non come uno di incontro, che è sempre condivisione. Se la libertà di parola e quella di riunione sono due cose che stanno insieme non è un caso, perché uno che dice tutto quello che vuole ma lo dice solo a se stesso non è un uomo libero, è uno schizofrenico. E l’ordinanza di Tosi mira a far diventare la chitarra sinonimo di schizofrenia, di malattia mentale. E se sono schizofrenici quelli che suonan la chitarra, lo sono pure quelli che li stanno ad ascoltare, e gli schizofrenici non è bene lasciarli all’aperto, meglio in manicomio o, visto che bisogna fare con quel che si ha, in questura. E visto che con gli schizofrenici non è il caso discuterci, due manganellate sono un metodo dialettico più efficace di quello platonico.
Tutto questo perché si vive in un clima culturale che si culla nell’apatia e che si affida alla paura, che non accetta che ragazze e ragazzi, insieme a signore e signori, suonino nella stessa piazza dopo le dieci di sera, ma che è da dieci anni che si guarda il Grande Fratello in prima serata fino all’una di notte. Si sono creati i presupposti che se prima hanno consentito di dire che partigiani e fascisti erano entrambi eroi della patria, ora consente di combattere la chitarra col manganello, anche quando non si suona “Bella ciao”. E la cosa ha funzionato talmente bene che pure da alcuni che mercoledì sera erano in piazza Dante si è sentito dire: i poliziotti hanno picchiato ma i ragazzi però hanno alzato la voce. Come a dire: Tizio è morto perché gli hanno avvelenato il cibo, ma noi ce la prendiamo col cuoco perché non aveva salato l’acqua…

Si privatizza la scuola, la sanità, i trasporti, e infine si vuole privatizzare pure la socialità. Vuoi la compagnia dei tuoi amici, devi pagare la tassa che si chiama aperitivi nei locali del centro, perché chi è seduto ai tavoli del locale che è in piazza è un cliente, chi vive la piazza è un cittadino, quelli che a detta dei Greci costituivano la polis. Togli i cittadini, rimangono i clienti, togli la piazza, non rimane la città. La perplessità di chi scrive, tra le altre, è quale sia la necessità di un’amministrazione comunale che non si cura né delle piazze né dei cittadini, e che usa la violenza e non le parole nei confronti di chi strimpella, quando invece usò tante parole nei confronti di chi ha ammazzato di botte un ragazzo in centro poco più di un anno fa. Quasi che una delle assurde morali di questa storia fosse che se hai la testa rasata – e non perché sei calvo – in giro per le piazze ci puoi andare a picchiare la gente, se invece hai i capelli lunghi neppure ti puoi portare il mandolino.

Piazza Dante è chiamata così perché al suo centro c’è la statua del poeta della Commedia. Nell’Inferno, per due volte, al Canto III e V, tramite la bocca di Virgilio, Dante dice: “Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare” , perché l’onnipotenza non è tanto fare ciò che si vuole, ma è che gli altri non debbano dir nulla di quello che hai fatto. E se questo è già tanto discutibile nel nome del Signore, nel nome di Tosi perde anche il fascino del misticismo. E non per ideologie politiche, ma perché la politica ci insegna che un sindaco e dio sono due cose proprio diverse. Ce lo ha insegnato, ma tanti se ne sono già dimenticati…

È che una volta, non tanto tempo fa, c’erano dei ragazzi che suonavo due chitarre e un bongo in una piazza della città in cui Romeo si dichiarò a Giulietta. Forse oggi anche Romeo sarebbe stato manganellato, accusato di una serenata. Di quei ragazzi, invece, come la storia andrà a finire non si sa ancora. Certo è che la loro morale è che per una sera a settimana, per qualche ora e con un po’ di musica, si può essere e felice e contenti. Perché anche la gioia, come il diritto al sonno, è qualcosa che va difeso.


Paolo Vanini
giovy81 alle 17:00 in: paolo vanini
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giovedì, 21 maggio 2009
Ardi la mia vita,
così che da un punto all’altro
sia a congiungersi un filo

e che sia perdersi
nella tua anima
e nel migliore dei venti
che fanno il viso

perdersi nell’ora
che si fa tardi
di questo giorno
a sanguinarne
la luce
sirQuant alle 11:47 in: poesia, antonio blunda
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venerdì, 15 maggio 2009
 
 
 
Colombella vuoi che sorrida al giorno,
che le perdute sere rischiarate dal vento
prendano sensi di appartenenza reali,
in questo sogno mi porti via con te,
e mi sento delicatamente volare
protetta
            raccolta
                                   capita
 
mi porti nei colori
quelli densi e caldi
plachi le mie attese, desideri
per me un futuro libero
dagli egoismi
mi mandi suoni
nei nostri incontri
 per le mie sponde
ideali.
 
Dammi lingua
per lasciare messaggi,
dammi  pace
dopo tutto questo vivere
dell’anima
donami affetto,
abbracciami di cielo
ho bisogno di te
e dell’acqua eterea,
ho bisogno di capire
come si fa a vivere,
e se puoi
portami uno specchietto tenero
che mi rifletta intera,
dammi coraggio
in quel momento
 vivo piena di limiti
questo è proprio
quel momento
in cui abbiamo paura.
 
 
 
Basileia alle 12:38 in:
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mercoledì, 13 maggio 2009

E intanto che aspetti
amore
che passi
un attimo ancora
di nulla assoluto
rendi il mio tempo
dolce e veritiero
lascia che il desiderio
si realizzi un tenero bacio

e intanto che aspetti
che aspetti un bel niente
il tempo che corre
ad inseguire i ricordi
sempre più confusi
belli e soavi,
ti prego non lasciare la mia mano
ti prego regalami un altro sorriso
ti prego baciami, baciami ancora

e intanto che aspetti
aspetti che cosa?
che il tempo ci assalga
e ci renda ricordi
ti prego dimmi, dimmi che mi ami
e che non mi lascerai diventare un ricordo,
ti prego piangi e dimmi davvero
che non lascerai che passi mai un solo giorno
in cui non sarò certo che mi stai pensando
e che ogni volta che aspetti
tu aspetti me
e ogni volta che pensi ti amo
tu pensi a me
e ogni volta che mi aspetterai
io ci sarò.

quesada alle 21:04 in: quesada
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sabato, 02 maggio 2009
Cari lettori e collaboratori,
vi informo che nel sito del Simposio di Poeti, cliccando su LOGIN REDAZIONE, potrete iscrivervi   direttamente per effetturare l'accesso, che sarà consentito solo ai redattori per la pubblicazione dei post, sul Caffè Letterario.
Al momento dell'iscrizione, l'account verrà notificato dall'amministratore e convalidato a voi, tramite mail.

Inoltre  il Dott. Antonio Blunda (vedi post del g. 22 aprile 2009)  vi ricorda il concorso
“FUTURISMO ED AVANGUARDIA” in seno alla manifestazione “Onde Futuriste”, articolato in tre sezioni:
Futurismo in Parole,
Futurismo in digitale,
Futurismo in Arti Grafiche,

Tutti i partecipanti potranno esporre le proprie opere nel sito del Simposio di Poeti e allestire galleria virtuale, che favorisce spazio per commenti e visibilità.

Per  informazioni scrivere a:

ondefuturiste@gmail.com
antonioblunda@libero.it



grazie,
Giovanna salerno
giovy81 alle 10:48 in: avviso
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venerdì, 24 aprile 2009

- Indimenticabili, in Italia, la "difesa di Roma" avvenuta il 9 e 10 settembre 1943; a Porta San Paolo volontari civili delle unità dell'esercito regolare e, tra i civili, pittori e scrittori tra cui Domenico Caputi un pittore della Scuola Romana, Alberto Moravia, Baldassella, stanno combattendo strenuamente i tedeschiÂ…

In questo istante la parola fu sovrastata da un forte boato: un gruppo di studenti che si erano organizzati nel Liceo Sannazzaro, aveva iniziato la sommossa, o meglio la resistenza contro il nazifascismo. Ci fu un fuggi, fuggi generale. Il principale chiuse subito la bottega e mÂ’invitò di andare con lui, che si sarebbe chiuso con la famiglia nel museo di San Martino. Una volta sistemato la famiglia nel Museo dove già altri abitanti del luogo vi avevano preso posto, mi diede dei soldi e mi consigliò di prendere il treno e ritornare a Paduli. Mi suggerì di non prendere automezzi ma di andare a casa per il Petraio. Infatti, in due minuti, correndo come un bolide, raggiunsi il Corso Vittorio Emanuele e poi per via Girardi sarei giunto in Via Pasquale Scura, a casa. Ma allÂ’angolo tra il Corso e Via Girardi, di fronte allÂ’Ospedale militare cÂ’era una fontanella, mi fermai per bere ma si stava rinfrescando un marinaio che disse di essere siciliano. Fu un attimo. Giunse un sidecar con due nazisti, uno scese e di corsa si portò alla fontanella, credevo volesse bere, invece in un batter di ciglia sparò alla testa del marinaio. Ebbi paura e cominciai a correre come un bolide verso la stazione che trovai stazionata da nazisti e decisi di andare a piedi fino a Casalnuovo, ma anche li fui costretto a riprendere lÂ’Appia e tornare da mamma a piedi: giunsi a casa il 13 settembre dopo tre lunghi giorni sotto la pioggia e lÂ’aver dormito in qualche pagliaio con la paura di essere sparato dai contadini.

Devo confessare che sul mio cammino incontrai persone molto buone e amorevoli: una signora della campagna di Cervinara vedendomi bagnato come un pulcino mi mise in piedi davanti al camino acceso e mi spogliò come un verme, mi vergognavo e lei mi disse:

- Pecché te miette scuorne, guagliò? Che te cride che si ‘o primo masculo che vedo agnudo? Lu ssaje che purÂ’io tengo li figli, solo che stanno facendo li surdate e chi ‘o ssape quanne tornane!

Mi diede una camicia, mentre i miei vestiti si asciugavano vicino al fuoco, che mi arrivava al di sotto delle ginocchia, un calzone che si abbottonava sul petto, insomma sembravo proprio uno spaventapasseri e ridemmo a crepapelle entrambi, compreso il marito che stava in quel momento varcando la soglia.

Mi diedero pane, tagliato a fette, prosciutto, salsicce, formaggio in quantità, dicendo che mi sarebbe bastato fino a Paduli, a meno che non avessi incontrato ‘ntuppi a Benevento e a Ponte Valentino.

Come Dio volle giunsi a Paduli senza altri pericoli, ma avevo appena salutato nonno e stavo per andare da mamma, che Nanduccio mi mise una mano sulla spalla e disse:

- Proprio tu! Sei lo scricciolo adatto per il lavoro che devi fare.

Il lavoro che dovevo svolgere era rubare un mitra che il nazista teneva appoggiato sulla jeep, mentre fumava.

Mi avvicinai alla jeep e cantando una canzone in voga in quel tempo, che poi seppi era pure la parola dÂ’ordine dei partigiani, mi avvicinai alla jeep presi il mitra e sempre cantando mi allontanai, mentre Roccuccio lo teneva impegnato in una chiacchierata lunga. Appena giunsi sopra la villa comunale e mostrai il mitra, in un battibaleno tutti gli studenti, ragazzi da quindici a diciotto anni armati fino ai denti si schierarono sul muro di cinta della villa Comunale.

Solo allora capii il loro intento, una decisione nata con la scazzottata tra Roccuccio e un tenente nazista.

Ma la nostra gioia si tramuto in paura, quando nonno venne a dirci che i tedeschi avevano piazzato già quattro cannoni su ogni colle che circonda il paese, se non fosse venuto fuori il mitra il paese sarebbe stato raso al suolo, quindi ci conveniva desistere. Mi ritrovai unÂ’altra volta con il mitra in mano e fingendo di sparare con la bocca ritornai al muraglione dove sostava la jeep da cui lÂ’avevo rubato prima. Il tedesco mi vide che giocavo e mi richiamò con dolcezza dicendomi in uno stentato italiano che quello era un oggetto pericoloso. Quando me lo prese di mano finsi di piangere con grossi lacrimoni e lui tentò di consolarmi, fino a quando giunse Don Aquilino il Parroco che gli disse in tedesco di scusarmi, perché lo sapevano tutti quanto fossi capriccioso quando volevo una cosa che mi piaceva. Il tedesco si mise a ridere. La sua risata metteva la parola fine alla tentata lotta armata dei giovani padulesi.

Come se nulla fosse accaduto il 14 settembre tutti i ragazzi della mia stessa età andavamo a caccia di uva e di frutta di stagione perché lo stomaco faceva glù-glù e ci trovammo a valle dellÂ’asino sulla via di Ravàno per andare alla stazione e vedere se da qualche treno che transitava scendesse qualche nostro parente, io aspettavo papà e zio Giovanni. Stavamo uscendo da un vigneto con le mani piene di grappoli dÂ’uva, che ci trovammo davanti una carovana di uomini sporchi, laceri, con la barba lunga di giorni camminare in fila, mentre due tedeschi armati di un solo mitra li teneva a bada.


Ecco cosa nacque “quel giorno” :

14 SETTEMBRE 1943

 

Interminabile colonna di carne
lungo le rive del Tammaro
in quei giorni di settembre.                 
Corpi, anime sozze
di pidocchi
di vergogna
occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.
Uno, ai piedi di una vite
in mano, un grappolo d'uva:
- Non voglio tornare a casa! -
e piangeva.
Fetore di pelle:
non pidocchi giganti
mangiano giovane carne
non mia;
vergogna morde l'anima:
eravamo duemila
due soltanto ci hanno disarmato:
non voglio vedere mio padre!
Occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.
Dritto, sulla collina
si staglia verso il cielo
come accusatore:
uomo in grigio-verde
armato fino ai denti.
Stupore, meraviglia,
domande che si intrecciano
risposte non avute...
Michele era armato
non sapeva perché.
Fedele al giuramento
era tornato a casa
ai padulesi non più
da ebete, da eroe.
Occhi, che non capivano cercavano
tra carne putrefatta dai pidocchi
propria carne pieni di speranza.
Un grido che sapeva
di prima liceo,
una parola petrarchesca
scosse lo stupore, l'apatia:
             «Italia mia
              vengo a vendicar
              l'altrui vergogna!»

Ancora imberbe, armato di bastone
corse per lo scosceso pendio: gridò!.
Una scarica di mitra!...

                                             Il volto di fanciullo                                              

gli occhi innocenti
aperti verso il cielo
il corpo inerte
ai piedi dell'ulivo
sembrano dire: BASTA!
Occhi che non capivano, i miei,
cercavano non vergogna...
Piansero, piangono
e gridano: basta.
(da “Occhi che non capivano”)


Nello stesso tempo nasceva il vero movimento partigiano e per batterli i fascisti si affiancano ai nazisti e inizia il terrore e le stragi. Tutto aveva avuto inizio il 12 settembre 1943, quando Mussolini, per ordine di Hitler, è liberato, da campo Imperatore sul Gran Sasso, da un commando nazista. Così il 15 settembre Mussolini riprende la direzione suprema del fascismo e costituisce il "Partito Fascista Repubblicano" affidandone la segreteria ad Alessandro Pavolini, ricostituisce la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, e ne affida il comando a Renato Ricci. Il 23 settembre viene insediato il governo di cui, il capo è, Mussolini. Il governo ha la sua sede a Salò, sul lago di Garda. Nasce la Repubblica Sociale Italiana, ma arbitri della situazione sono i tedeschi. Il connubio nazisti - fascisti non può che riprodurre un periodo di violenza anzi un periodo in cui la violenza, in tutte le sue forme, è portata ai livelli più esasperati e si abbatte su tutti e su tutto. La violenza si esprime con le torture, le sevizie, le fucilazioni, i massacri, con i saccheggi, gli incendi, le devastazioni e le distruzioni.

Solo lÂ’avanzata degli alleati, dà la possibilità al popolo di insorgere non più disparatamente, ma con ordine e sicurezza. In questo modo si giunge al  25 aprile.

Che cosa era accaduto? Nel gennaio del 1944 gli alleati sbarcano ad Anzio, riprendendo l'avanzata nel mese di maggio con il crollo della linea Gustav e, finalmente, il 4 giugno è liberata Roma. Il 10 giugno, a Badoglio succede Ivanoe Bonomi alla presidenza del governo che vede la partecipazione anche di De Gasperi, Saragat, Togliatti, Ruini, Croce e Cianca.

Nel luglio continua l'avanzata degli alleati e del corpo di Liberazione Italiano e nell'agosto è liberata Firenze con l'apporto sia delle formazioni partigiane di città che di quelle provenienti dalle zone circostanti. In Italia gli alleati si fermano sulla linea gotica, dinanzi a Bologna e il fallimento dell'offensiva alleata contro la linea Gotica mette in grave difficoltà l'esercito partigiano che è costretto a trascorrere un altro inverno in montagna e ha sopportare le più dure offensive nazifasciste.

A primavera riprende l'avanzata delle truppe alleate e del corpo di Liberazione Italiano; i partigiani, che non si sono arresi nel corso del duro inverno, riprendono la loro attività.

Quando, nell'aprile 1945, il CLNAI ordina l'insurrezione generale, partigiani e popolo si sollevano ovunque e costringono il nemico a ritirarsi o ad arrendersi.

Il 25 aprile inizia l'insurrezione vittoriosa in tutte le località ancora occupate dai nazifascisti. Mussolini viene catturato dai partigiani, a Dongo, mentre sta tentando di "conquistare" il confine svizzero, mimetizzato da soldato tedesco e "confuso" fra camerati tedeschi. Le forze tedesche in Italia sono costrette alla resa senza condizione il 26 aprile; l'ammiraglio Doenitz - nuovo capo dello stato tedesco - chiede il 7 maggio la resa incondizionata della Germania. In Italia, nel giugno 1945, Ferruccio Parri succede a Bonomi alla guida del paese, ma il suo ministero cade nel dicembre dello stesso anno; il nuovo ministero è presieduto da Alcide De Gasperi e dura fino al 1953.

 

A Paduli qualche fascista si chiude in cantina e non esce più di casa per paura di essere ucciso, cÂ’era un antifascista sfegatato cui entrato dal tabaccaio per comprare le sigarette venne legato sopra una sedia e gli fecero ingurgitare un litrotto di olio di ricino ed era proprio lui che fu difficile calmare e far ragionare. Il fascismo era finito la guerra anche, era giunto il momento di vivere in Pace tutti insieme come sempre, dimenticando le brutture della barbarie nazifascista e la cattiveria esasperata della guerra voluta da un uomo che aveva raggiunto lÂ’altro mondo.


 

giovy81 alle 14:02 in: reno bromuro, raccontando al simposio
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venerdì, 24 aprile 2009

PER ESSERE TUTTI LIBERI


di Reno Bromuro


Già dal marzo appena ritornato nauseato da Napoli, dove i passi marziali dei nazisti iniziavano a girare per le strade fin dalle cinque del mattino Mi ritrovai a Paduli a parlare con nonno di questa mia esperienza  traumatica. Ero a Bagnoli ospite di mia zia, la sorella di mamma, stavo benissimo, cÂ’erano le cugine che mi coccolavano i cugini che mÂ’insegnavano le arti marziali per difesa personale, ma qual rumore di passi cadenzati che tormentavano il mio sonno, non li sopportavo proprio. Così, con grande disappunto della zia e dei miei cugini, ritornai a Paduli, dove sapevo avrei trovato il silenzio più profondo. Ero sempre attaccato a mio nonno paterno, un poÂ’ perché lui parlava sempre di politica con i suoi amici ed io bevevo ogni parola, tanto che ancora oggi le ricordo come se me le stesse narrando ora.

Il 23 marzo 1943 gli imposero di indossare la camicia nera e andare alla sfilata per lÂ’anniversario del fascismo, mio nonno si eresse in tutta la persona e rifiutò lÂ’ordine. Il segretario politico di Paduli era anche il medico condotto e quindi ci conosceva tutti e disse con calma a nonno di non mancare altrimenti sarebbe stato costretto di denunciarlo e mandarlo al confino. Mio nonno mi guardò e disse “Ci sarò alla sfilata ma come dico io!” Il segretario accettò la proposta e il pomeriggio nonno vestito da militare e con la bandiera con lo stemma sabaudo, tutta strappata: “questa bandiera è stata sbrindellata sul Carso” disse, è un segno di resistenza al nemico anche se esso si presenta sotto le spoglie di un medico. La sera andammo alla cantina di don Titta per ascoltare radio Londra: il colonnello Polito annunciò con voce allegra che gli angloamericani erano sbarcati in Sicilia, ma fu solo un errore perché la Sicilia per vedere gli angloamericani dovette aspettare il sol leone.


Il 24 aprile 1943, Mussolini pronunciò un discorso ai suoi gerarchi, un discorso alquanto  grottesco; che poi fu chiamato del "bagnasciuga" perché preannunciava l'annientamento delle forze nemiche che avessero messo piede su quella striscia di battigia italiana.

Al Nord si sciopera ed è proprio questo il prologo alla caduta del fascismo. Il 9-10 luglio del 1943, gli angloamericani sbarcano veramente in Sicilia, e in soli due giorni si impadroniscono di Augusta e di Siracusa. Il 24 luglio, nel corso della riunione del Gran Consiglio, Dino Grandi propone una mozione di sfiducia nei confronti di Mussolini; la mozione dopo oltre dieci ore di discussione viene approvata. Nelle prime ore del 25 luglio, Mussolini si presenta al Re, ma viene arrestato dagli uomini dl generale Cerica, comandante dell'arma dei carabinieri; in seguito viene trasferito nella prigione del consiglio dei ministri. Nella mattinata del 25 luglio, il Re firma la nomina del maresciallo Pietro Badoglio a Presidente del consiglio dei ministri.

Si vive in tutta Italia unÂ’ondata di entusiasmo per la caduta del dittatore e del fascismo; vi sono manifestazioni di gioia soprattutto nella speranza della fine della guerra e di un avvenire migliore. Ma giunge subito la doccia fredda, Badoglio annuncia: "La guerra continua..lÂ’Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni".

Il Re e il governo Badoglio portano avanti una politica di ambiguità che mette in allarme sia i tedeschi, che rafforzano la loro presenza in Italia con l'invio di nuove truppe, sia gli angloamericani che, di fronte al peggiorare della situazione sul suolo italiano e al tergiversare di Badoglio, non possono considerare l'Italia altro che come una nazione nemica. Nei quarantacinque giorni di Badoglio, pur nella semi legalità l'antifascismo si organizza attorno ai vecchi leader, a coloro che sono scampati alla terribile bufera fascista, per prepararsi a continuare la lotta fino alla riconquista delle libertà e della pace. Dopo un lungo tergiversare (e liti fra generali e ministri) ma, soprattutto, poiché gli alleati sono in procinto di attaccare la penisola, Badoglio accetta la "resa incondizionata" imposta dagli angloamericani.

Il 25 luglio 1943, con la caduta di Mussolini e del Fascismo, ripresi il treno per Napoli. Il mio caro e amato principale che si sostituiva a mio padre quando ero a Napoli, appena mi vide mormorò tra i denti: “Hai scelto proprio un bel momento per venire a Napoli, nun stive meglio a ‘o paese tuo?”


Ma mi piaceva stare con lui: si poteva parlare liberamente; esternare i propri pensieri in libertà, anche perché si lavorava con la radio sempre accesa, si era aggiornati e informati di quanto accadeva intono a noi.

Fu per questa libertà di pensiero che un pomeriggio ascoltai delle confidenze tra il principale e suo cognato, capitano medico. Il 14 agosto il principale voleva rimandarmi a Paduli, con la scusa che ci sarebbe stata la festa di San Rocco, ma rifiutai, anzi mi precipitai allÂ’ufficio postale e feci un vaglia di millecinquecento lire a mamma, tutto il mio salario.

Fu così, dicevo, che ascoltai le confidenze dei due cognati:

- Gli angloamericani hanno comunicato al Generale Giuseppe Castellano, rappresentante di Badoglio, le condizioni dell'ar-mistizio. La notizia sarà emanata alle 19.45 dell'8 settembre del 1943 il maresciallo Badoglio, dalla sede della radio Italiana, leggerà il messaggio che annuncierà l'armistizio, “ma lÂ’annuncio fu letto da Corrado, ancora incredulo di quanto stava leggendo”.

- Mi auguro che sarà seguito dallÂ’ordine di cessare il fuoco. – Chiese il principale.

- No. Non si parlerà di cessate il fuoco contro le forze angloamericane, ma i termini saranno piuttosto ambigui. – La voce del Dottore era triste e incolore.

E non aveva tutti i torti perché il 25 agosto 1943 il messaggio di Badoglio ordinava sì di cessare il fuoco contro le forze angloamericane, ma - in termini assai vaghi suggerì alle forze armate italiane di reagire "ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza". All'alba del 9 settembre 1943, il Re, la corte, il generale Badoglio, lo stato maggiore e l'apparato governativo fuggono precipitosamente lasciando l'esercito privo di ordini, senza alcuna precisa direttiva.


Il Re cerca di giustificare la fuga dichiarando che è stata una strada obbligata "per evitare più gravi offese a Roma capitale intangibile della Patria". Fu così che nel porto di Malta il 29 settembre 1943, mentre in Italia si combatteva ovunque per acquisire e consolidare la libertà sperata, sulla corazzata Nelson è firmato da Eisenhower e da Badoglio l'armistizio e all'Italia viene riconosciuta la qualifica di "cobelligerante".

In precedenza, durante il parlare libero dei due cognati:

- Il 3 settembre – diceva il dottore - le forze alleate, portata a termine l'occupazione della Sicilia, al comando del generale Montgomery, sbarcano in Calabria; l'8 settembre, una armata americana, al comando del generale Clark, opera uno sbarco nei pressi di Salerno, bombardamenti massicci si abbattono su diverse città italiane. L'Italia è divisa in due: a sud di Salerno vi sono le forze alleate, il Re e il governo Badoglio; a nord, il paese è occupato dalle forze armate naziste.

- Ma questo sta accadendo anche in terra straniera, dove reparti italiani rifiutano di cedere le armi e si battono contro i tedeschi. – continuava il principale - A Salerno il gen. Gonzaga va incontro alla morte piuttosto di accettare di arrendersi e fare arrendere i suoi uomini; a Piombino, soldati e civili respingono le forze tedesche che tentano lo sbarco, in Sardegna marinai e civili costringono i tedeschi ad abbandonare l'isola. Almeno è quello che ho sentito dalla radio.


giovy81 alle 14:00 in: reno bromuro, raccontando al simposio
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mercoledì, 22 aprile 2009
REGOLAMENTO DEL CONCORSO

“FUTURISMO ED AVANGUARDIA”



In data 20 aprile 2009 in occasione delle celebrazioni del centenario del movimento futurista è indetto il Concorso “Futurismo ed Avanguardia”, in seno alla manifestazione “Onde Futuriste”, articolato in tre sezioni: Futurismo in Parole, Futurismo in digitale, Futurismo in Arti Grafiche, rivolto all'intero territorio nazionale.



Futurismo in Parole

1. Le produzioni dovranno pervenire entro la data del 25 maggio 2009 presso: Dott. Antonio Blunda – Via Ugo Foscolo 10 – 90144 Palermo.



2. Le sezioni sono così articolate:

Sezione A – giovani fino ai 17 anni;

Sezione B - adulti

I temi oggetto di questa sezione sono i seguenti:

ü Sicilia Terra Futurista. I motivi di Filippo Tommaso Martinetti nel considerare la Terra Siciliana, la seconda anima del Futurismo e la diffusione del movimento nell’Isola;

ü Futurismo e velocità: velocità fisica e velocità mentale incarnate dal mito dell’automobile da corsa. La Targa Florio come prima grande manifestazione futurista;

ü Il Futurismo e il volo: il mito dell’aeroplano; “2000: Secolo passatista”? Significati e suggestioni del concetto di “Passatismo” e sua “attualizzazione” nella società italiana del XXI secolo;

ü La Guerra Futurista. Il conflitto bellico come occasione di riscatto etico, morale e soprattutto sociale di ogni singolo individuo;

ü Il Futurismo rivoluzionario: la vera anima del Futurismo e suoi tentativi di cambiare lo stesso modo di concepire la realtà;

Il digitale e il videogioco come evoluzione del concetto di “Giocattolo Futurista”, e di re-interpretazione digitale della realtà.



3. Si può partecipare inviando max 3 elaborati inediti (poesie o prosa di non oltre 3 cartelle; per cartelle si intende la singola pagina in formato Word A4), mai pubblicati o premiati in precedenti concorsi, pena l'esclusione dal Premio.



4. Ciascun elaborato, dovrà essere inviato in formato word, carattere Times New Roman, grandezza max carattere 12, interlinea 1,5.



5. Ogni elaborato va inviato in copia assolutamente anonima.



6. Ciascuna copia dovrà inoltre essere accompagnata da un foglio separato, su cui andranno indicati i dati personali (nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo, numero di telefono, email, titolo dell'elaborato, sezione di partecipazione) e comprensivo della seguente dichiarazione firmata:

“Autorizzo il trattamento dei dati personali limitatamente alla partecipazione al concorso “Avanguardia Futurista”, consentendo la cessione dei diritti d'autore unicamente ai fini dell'eventuale pubblicazione di un'antologia del Premio. Dichiaro inoltre che la presente opera è di mia esclusiva paternità e mai premiata”.

Per i giovani, in calce a tale dichiarazione, è richiesta la firma di un genitore o di chi ne fa le veci.



7. Per la partecipazione al Premio è richiesto un contributo di Euro 10 per la sezione adulti.

Nessuna tassa d'iscrizione è invece prevista per la sezione Giovani, che rimane dunque gratuita.

La quota d'iscrizione, che sarà utilizzata per spese di segreteria, coppe, targhe, medaglie e quant'altro legato al Premio, può essere versata:

- in contanti, da inserire in busta (invio unicamente mediante Raccomandata A.R., al seguente indirizzo: Dott. Antonio Blunda – Via Ugo Foscolo 10 – 90144 Palermo, ed indicazione a margine della sezione di partecipazione);

- tramite vaglia postale, intestato a: Caterina Conigliaro - Associazione culturale Suggestioni Mediterranee – Via Matteo Dominici, 18 – 90146 Palermo, causale:“partecipazione al Premio Avanguardia Futurista” ;

- tramite conto corrente bancario n. 5602/92 – Monte dei Paschi di Siena Palermo Ag. 1 – Via dei Nebrodi, 58/F

(IBAN: IT91 U01030 04601 000000 560292), con indicazione di causale “partecipazione al Premio Avanguardia Futurista”.

- Copia della ricevuta del versamento va sempre e comunque inserita in busta, unitamente a quanto specificato al punto 6.



8. I premiati e i segnalati saranno tempestivamente avvisati tramite e-mail, telefono o raccomandata. La data di premiazione è prevista per il 30 ottobre 2009, in occasione del convegno di chiusura delle celebrazioni del Futurismo, presso Palazzo dei Normanni (Sala Gialla) alle ore 17.00. Tutti i partecipanti sono invitati fin d'ora ad intervenire.



9. L'inosservanza di uno dei suddetti punti comporta insindacabilmente l'esclusione dal Premio.



10. Il termine ultimo per l'invio degli elaborati è fissato al 25 maggio 2009. Farà fede il timbro postale.



11. Alla giuria, la cui valutazione è insindacabile, sarà demandato il compito di esaminare gli elaborati pervenuti, e sarà composta da poeti o scrittori, i cui nomi verranno resi noti soltanto in sede di premiazione.



12. La partecipazione al Premio “Avanguardia Futurista” comporta implicitamente l'accettazione integrale del presente regolamento.

Per chiarimenti od informazioni scrivere a:

ondefuturiste@gmail.com

antonioblunda@libero.it

Segreteria organizzativa: Assoc. Cult. Suggestioni Mediterranee – Cell. 349 1243487 / 349 5856043
e-mail: suggestioni_mediterranee@y
ahoo.fr


Segretario del Premio

Dott. Antonio Blunda
sirQuant alle 09:43 in: poesia, premio letterario, antonio blunda, sirquant
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lunedì, 20 aprile 2009
Dubitare
sentine il prurito; già basta
che si faccia un varco.

Di qualcosa parleremo
che sia tanto tanto, tanto sottile
perchè, ovvio, possa passare.

Non si capirà che tale spazio
è grande come queste righe.
sincontrario alle 23:58 in: sincontrario
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venerdì, 17 aprile 2009
Ti invito a partecipare a questa festa che inizia oggi a Villafranca di verona :-)
Da venerdì 17 a domenica 19 aprile si terrà la sesta edizione della manifestazione letteraria “Linguafranca – La primavera del libro”, con il patrocinio della provincia e del comune di Villafranca di Verona, organizzato dal Gruppo Culturale Linguafranca, quest’anno in collaborazione con Eventi di Saperi e di Sapori.
In piazza castello, al caffè Fantoni e nella istituzionale sede dell’Auditorium Comunale si succederà una serie di eventi che coinvolgeranno in prima persona gli studenti (concorso letterario “Leggeremozioni” quest’anno incentrato sul tema “Credere nell’impossibile”, i laboratori e gli incontri presso le scuole) , giornalisti e scrittori (già affermati ed emergenti) e prevederà momenti di spettacolo e intrattenimento per tutte le età.
Una rassegna con esposozione dei lavori delle scuole villafranchesi presso l’Auditorium .

venerdì 17 aprile
Si comincerà venerdì 17 aprile mattina alle ore 9.00 con il laboratorio dei fumettisti di Cyrano Comics presso l’Istituto Carlo Anti, per poi proseguire con lo scrittore Gianni Biondillo (Guanda editrice) e il giornalista di rai tre Beppe Muraro che si dedicheranno in tarda mattinata a un incontro con le scuole presso l’Auditorium e converseranno con il pubblico nel pomeriggio nel raffinato confort del Caffè Fantoni.
In serata, ancora all’Auditorium, presentazione del libro “Vie traverse” di Emanuele Delmiglio.

Sabato 18 aprile
Sabato 18 aprile si aprirà con l’ormai tradizionale colazione con l’autore, anzi con gli autori, visto che alle 9, al Caffè Fantoni gli scrittori presenti saranno due: Patrizio Pacioni (giallista autore di “Seconda B”) e Maria Giovanna Luini (affermato chirurgo oncologico e raffinata autrice dell’intimista “Le parole del buio”).

Alle 11, presso l’ Istituto “Carlo Anti”, gli scrittori: Fabrizio Valenza, Antonia Romagnoli e Alessio Gallerani parleranno sul tema “Creature fantastiche nella tradizione”.
Dopo il “pranzo con gli autori”, previsto per le ore 13, la giornata continuerà e si concluderà ancora all’Auditorium: dalle ore 16 “Il mondo della fantasia” la partecipazione degli scrittori di molti autori tra cui segnalo solo Marco Davide, autore della trilogia di Lothar Basler: “Il sangue della Terra” Armando Curcio editore, Solange Mela, Marco Murgia,e l’illustratore Fabio Porfidia.

Serata all’insegna del divertimento con “Un tranquillo Sabbath.. o sera!” farsa scritta da Patrizio Pacioni e portata in scena dalla sua “Compagnia Girovaga delle Impronte”.

domenica 19 aprile
Tutta in Piazza Castello la domenica 19 aprile: a partire dalle nove -e fino a sera- “Il giardino degli scrittori” con il mercatino della piccola editoria e la presenza degli autori e l’associazione “Eventi di saperi e di Sapori” con i prodotti alimentari biologici e di artigianato locale e varie attrazioni per i bambini.
Alle 10,30 premiazione del concorso letterario “Leggeremozioni”dedicato ai giovani e, a partire dalle 15,30, come ormai radicata consuetudine, maratona dedicata alla lettura di brani di prosa e poesie opera degli artisti presenti tra cui anche  Rosa Tiziana Bruno di Napoli , Daniela Cattani Rusich, Flavio Casella, Alessandro  Magherini, Franco Santamaria, Elena Ventoruzzo, Gianfranco Vicinelli...

Per info:
Maria Luisa De Marchi
Presidente Gruppo Culturale Linguafranca
 tel 368 303 11 11
  www.linguafranca.it
http://linguafranca.splinder.com
1sorriso alle 03:11 in:
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giovedì, 16 aprile 2009

Rosa africana dieci

 

Buona vita!

Basileia alle 10:17 in:
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giovedì, 16 aprile 2009

Le Nuvole

 

 

Chissà dove a sera

tacete, pellegrine.

Chi è ormai presente?

S’imbruna.

È strazio, non idillio.

S’umilia un contadino,

e in voi sospira,

ricco di povertà,

ciò che ad un figlio tace.

sirQuant alle 07:57 in: poesia, antonio blunda, sirquant
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mercoledì, 15 aprile 2009
Donna combattiva
dalle ossa fragili.
Occhi pieni di vita
radici forti.

Ascolto curiosa
chi mi parla di te.
Affido al cielo
una preghiera:

Che il Signore
ti guidi e ti protegga.
giovy81 alle 13:34 in: giopoetessa, giovanna salerno
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lunedì, 06 aprile 2009
Il mio cuore batte e non so che fare, vorrei non sapere, non guardare, non capire.
Eppure i miei occhi putroppo devono sapere, devono guardare e devono capire.
Quanto dolore per le strade di una città, che è quasi deserta ora: quanta sofferenza e quante domande nella testa, e.. non v'è pace!
La tensione regna sovrana: continue sono le immagni di uomini che lavorano, volontari che aiutano, occhi che piangono e sguardi persi nel vuoto.
Le mie mani nude e inutili, scavano nell'aria, le macerie lontane, con la speranza di ritrovare corpi vivi e buone notizie.
l'Italia intera si unisce oggi in questa tragedia e s'abbraccia: mi unisco anch'io, con questo breve messaggio, perchè mi sento vicina a tutti coloro che stanotte si sono visti portar via figli, genitori, amici, casa...una vita.


giovy81 alle 18:00 in: giopoetessa, giovanna salerno
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domenica, 05 aprile 2009

Piano
ti amo piano
senza fretta
senza troppa paura
ti carezzo piano
ti bacio dolcemente
ho paura di perderti
amore
ho paura di andare troppo forte
piano, tesoro
andiamo piano

 

foto di Marco Farina, link: www.multimediadidattica.it

 

quesada alle 21:48 in: quesada
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venerdì, 03 aprile 2009
Il passato è passato..lo dice la parola stessa; passato, non c'è più.
A volte ci si accorge che tra i vari ricordi, tra vecchie fotografie e foglietti ingialliti,  ci siano ancora persone, nascoste nella mente.
Si annidono, costoro, come piccoli fantasmi e se ne stanno li, buoni buoni, pronti ad uscire d'improvviso, provocando paura o comunque sorpresa.
E' strano riscoprirli, magari per caso, come si ritrova un oggetto nel cassetto... ma quando accade questo inaspettato flash-back, avviene come un'illuminazione ed è straordinario finalmente capire.
Queste persone, questi fantasmi appoggiati nell'angolo, sono solo pezzi di ricordi: di queste persone infatti non ce ne frega più nulla; lo capiamo nel momento stesso in cui affiorano alla mente le sensazioni inutili e appiccicose e pesanti, dettate anche solo nel pronunciare il loro nome!
E cosi, tra un ghigno soddisfatto e uno sguardo veloce al tempo, ci accorgiamo dell'errore: non aver eliminato tempo prima dalla mente, queste persone.
Ed ora..bhe ora, con la sicurezza tra le mani, la decisione e lo spirito di ricominciare a vivere, senza il fastidio del passato, non resta altro che fare pulizia e, senza dire troppe parole, chiudere questi fantasmi nel cassetto, cosi, come si imballano le cose vecchie e  inutile: imballare e  mettere via.
Ma, tutto sommato, non serve tenere l'imballo in casa, no decisamente non serve...queste persone hanno occupato anche troppo..

Ricicliamo il passato, con la differenziazione dei pensieri buoni, del presente e futuro e via l'usato non garanito, che non ci serve più!


giovy81 alle 15:45 in: dedica, recitato, giovanna salerno
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mercoledì, 01 aprile 2009

Gocce d’Aprile

 

 

Come pioggia d’aprile

sono la goccia che si disperde

e si abbandona nella terra.

 

Sono la figura sfuocata

di questa vita che si muove

sull’onda di un filo d’erba.

 

Nel tuo sguardo respira

quel bocciolo silenzioso

sono il germoglio appeso

la goccia che vive sui rami

 

di un riflesso.

 

 

Tre anni oggi per ricordare la nascita di questo mio Blog.

Nato un po' per caso un po' per gioco

per sfatare una leggenda…

Nel mio profilo ci sono maggiori dettagli 

e tutto quello che ho prodotto in questi anni.

 

 

La mia Prima Raccolta...

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Seconda Raccolta...


ittoilg alle 13:19 in: poesia
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martedì, 31 marzo 2009
Pedro Jaras e il regalo di Dio

C’è un piccolo paese in Spagna, così piccolo che di esso non si ha quasi mai memoria nel ricordarlo sulle carte geografiche.
Quasi un puntino che s’intravede appena, dove dimorano pochissime anime, si vive di poche risorse, e di tanta, tanta buona volontà, quanta ne basta a sperare che tutto migliori.
E’ vicino al mare, vive del mare. Confida nel mare.
La vita vi scorre tranquilla, e tale sarebbe rimasta in tutto questo tempo s’io stesso non avessi udito con le mie orecchie di ciò che accadde ad alcuni pescatori e del fatto miracoloso che vi avvenne tanti anni or sono.
Ora è a te che lo racconto, Manuel, ed anche tu un giorno, so che lo racconterai.

                                                 ***** ***** *****
Le piccole lucciole danzarono ritualmente insieme ai moscerini, come in preda ad un valzer ubriaco tra la terra e gli alberi altissimi, quando Pedro salì in barca e la luna spuntò appena sul pelo dell’acqua, morbida e affilata.
Era una notte bellissima, da lasciare storditi, di quelle con un cielo di cartapesta e salsedine alle narici. Due delfini erano gli unici compagni di quel viaggio notturno, incredibilmente fuori rotta.
Sarebbe bastato seguire la corrente ed essa li avrebbe condotto a casa, ma quella notte avevano deciso di cambiare strada ed andare dove non erano mai stati, come quell’uomo che avevano incontrato lungo il loro cammino.
Pedro decise istintivamente di incrociare la loro scia silenziosa, fin quando fossero vicini tanto da distendere la mano e carezzare il loro dorso vellutato; sfiorarono la barca a loro volta in segno amichevole, poi virarono lentamente in mare aperto, muti e aggraziati.
Il giovane pescatore proseguiva intanto verso il vecchio faro, come aveva imparato: da lì avrebbe guardato le stelle per orientarsi e giungere nel luogo segreto di pesca che il vecchio Cujar gli aveva rivelato prima di morire.
I remi non sembravano più pesanti delle altre volte, non c’era fretta, c’era ancora tanto tempo, la notte era appena iniziata.
Il giovane pescatore procedeva lungo la sua rotta quasi da un’ora, quando vide finalmente il faro di San Juan de la Piedra giostrare ad intervalli regolari la sua luce spettrale.
Capì che era giunto il momento di dirigersi ad est, pochi minuti e sarebbe arrivato a destinazione.
La barca ondeggiò tra i flutti come sospinta da qualcosa, ma Pedro non vi fece caso, non era la prima volta che usciva in mare.
Giunto sul posto, prese le sue reti con cura, le gettò in acqua, e attese con pazienza una pesca sognata per giorni dagli abitanti del suo povero villaggio, e soprattutto dalla sua numerosa famiglia.
Era passata poco più di un’ora. Pedro cominciava ad avvertire il freddo notturno sulla pelle, nonostante una generosa brezza marina gli soffiasse tiepida sul viso.
Ma soprattutto, quel che è peggio è che aveva fame, molta fame…
- Pedroooo, Pedroooo… hai preso niente? –
Ad un tratto una curiosa voce gracchiante provenne dall’oscurità.
A poco a poco prese forma dal buio la lunga barca di Ramirez, tanto affaccendato nell’isterica agitazione dei remi quanto vanitoso nei suoi baffi, lunghi e curati.
- Maledizione, sono in mare già da un po’ e non ho trovato niente che potesse finire tra gli ami! Quei delfini stanno spaventando tutti i pesci; ho proprio l’impressione che tornerò a casa digiuno. Se mi passano davanti l’arpione io, io… mi sa che me li porto, quei maledetti!
Pedro gli sorrise, come si sorride ad un vecchio pescatore, così iracondo fuori, e tuttavia così bonario nell’animo come pochi lo conoscevano.
- Rilassati, sono soltanto delfini! –
- Delfini un corno…Non mi hanno fatto prendere niente! Cosa pensi che dirà la mia
dolce e spietata Teresa? Ah, già l’immagino quella vecchia stridula, a rompermi la testa; con gli occhi di fuori e l’indice affilato sul mio naso, a rimproverarmi che non saprei pescare nemmeno se i pesci mi saltassero in barca ... Maledetti, mia moglie e i delfini!–
Eh si, era proprio arrabbiato. In effetti, qualcosa di strano c’era, eccome.
Altri pescatori non molto distanti confermavano tra loro questa voce; che due delfini venuti da chissà dove avessero preso a circumnavigare le piccole imbarcazioni allontanando ogni banco di pesci che disgraziatamente si fosse trovato nei paraggi, e che non c’era alcuna possibilità per quella notte, se non che di tornare a casa con la pancia e le mani vuote.
Che cosa potevano fare? Ovviamente, non rimaneva che la soluzione più drastica. Bisognava allontanare i delfini, o peggio per loro, ucciderli.
La speranza di prendere qualcosa da mettere sotto i denti andava assottigliandosi minuto per minuto, e ciò aveva indotto i marinai a prendere questa terribile decisione.
- Diavolo, Pedro, li senti gli altri… I fratelli Araňa, Josè, Miguelito…sono tutti impazziti.
Io non me la sento di… poco fa forse ho esagerato, ma ucciderli…loro ci accompagnano sempre, non fanno niente di male.
Insomma io non me la sento. Tu lo sai, i pescatori e i delfini da che mondo è mondo vanno sempre insieme, si fanno compagnia…Io non ammazzo delfini, neanche se mi pagano!
- Lo so, lo so, sono d’accordo con te, amico mio, neanch’io riuscirei in una cattiveria del genere. Vedremo di trovare un’altra soluzione. Tu intanto parla con Felipe, lui è il più saggio di tutti, già si sarà trovato in una situazione del genere e saprà certamente cosa fare.
Nel frattempo un’onda anomala si era formata sotto la chiglia della barca di Ramirez. Un’onda non pericolosa, ma certamente strana. Pochi secondi dopo anche la barca di Miguelito, che frattanto si era avvicinata, aveva fatto lo stesso inquietante sobbalzo sull’acqua, come se qualcuno o qualcosa di enorme danzasse elegante.
Si, non poteva essere altro. Lì sotto c’era qualcosa di enorme.
I cinque fratelli Araňa furono i primi ad accorgersi di cosa fosse.
Un gigantesco squalo bianco aveva deciso finalmente di mostrare la sua immensa pinna dorsale, una lama affilata che traversava come il burro quel breve tratto d’acqua che separava le barche di Ramirez e dei fratelli Araňa.
In quel momento tutti capirono cos’ era accaduto.
I due delfini si erano avvicinati soltanto per trovare riparo presso i loro più antichi compagni di viaggi e per tentare di avvisarli del pericolo.
Adesso lo sapevano, non erano colpevoli di nulla.
Ramirez, Pedro e gli altri pescatori si guardarono. Poi guardarono i delfini, ed entrambi ricambiarono con il loro meraviglioso sguardo azzurro, così umano da lasciare sgomenti.
Chiedevano aiuto.
I loro occhi erano impauriti e al tempo stesso confidanti nell’aiuto dell’uomo.
L’enorme squalo in preda alla fame sferrò un attacco alla barca dei fratelli Araňa, sbriciolando una parte della prua, poi si diresse verso la barca del vecchio Ramirez, che guardava terrorizzato, mordendo ancora.
La barca sembrava colare a picco, e con essa il povero Ramirez, che sentiva la morte ad un passo.
In quel mentre, i due delfini fecero da scudo alla barca, senza temere l’attacco, lasciando tutti gli uomini senza parole.
Avevano scelto il sacrificio, avevano scelto di aiutare il loro migliore amico, senza pensarci due volte.
In quel momento, in quel preciso momento, Pedro Jaras decise d’intervenire, e gridò ai compagni con tutto il fiato che aveva in gola, esortandoli a tirar fuori il coraggio che Dio in quell’istante aveva deciso di regalargli.
I fratelli Araňa, Felipe, Miguelito e gli altri pescatori sembrarono ridestarsi da un torpore, e tutti insieme si scagliarono in una lotta terribile contro l’immenso nemico.
Pedro colpì con il suo arpione, e colpì, colpì fino all’inverosimile, e così anche gli altri, fin quando il mare intorno fu solo di sangue.
Si fermarono tutti. Il mare non ribolliva più. Lo squalo affiorò misero sulla pancia, incredibilmente squarciata. Un silenzio irreale accompagnava la sua morte.
Pedro non riusciva a crederci. Ce l’avevano fatta, avevano vinto.
Guardò i compagni, bianchi di paura, che respiravano a fatica, ancora ansimanti di lotta. Erano tutti increduli.
Poi lo sguardo si rivolse a cercare il vecchio Ramirez, che seduto sulle ginocchia carezzava l’acqua, piangendo come un bambino.
I delfini erano feriti. I denti dello squalo erano affondati nelle loro carni, e non c’era più nulla da fare. Adesso morivano l’uno accanto all’altro, così come avevano vissuto sempre insieme.
I marinai si tolsero il cappello, in segno di rispetto.
Conoscono bene l’addio: esso è presente nel loro cuore quando lasciano i porti e le case, nel timore di non farvi più ritorno. Anche questo era un addio, ma diverso da tutti gli altri.
Era l’addio a chi per loro è il più grande amico in mare, a chi è il conforto naturale lungo le rotte più lontane ed insicure.
L’addio a chi non ti lascia mai solo, a chi ti rende un canto che ha la voce così simile ai figli. L’addio a chi, notte e giorno, sembra sorrida sempre, soltanto per te.
Tutti erano commossi. Nonostante l’aspetto rude, anche gli Araňa mostravano gli occhi lucidi, quasi che a soffrire fosse uno dei loro fratelli.
Pedro avvicinò la sua barca. Ramirez singhiozzava.
- Mi dispiace per quello che ho detto prima…non volevo…
- Lascia stare, Ramirez, non importa. Sanno che sei loro amico.
In quel momento a Ramirez poco importava delle parole di Pedro, e pregava, pregava come non aveva mai fatto in vita sua. Anche gli altri pescatori pregavano come non avevano mai fatto. Pedro, lui che non pregava mai…Anche lui pregava.
Noi uomini, poveri uomini, siamo così piccoli e lontani da ogni verità e dagli infiniti piani di Dio, tanto da non comprendere che la perdita di qualcosa corrisponde sempre in qualche modo al regalo di un’altra.
I corpi lacerati dello squalo e dei delfini avevano attirato un incredibile banco di pesci, talmente grande che nemmeno il vecchio Ramirez aveva mai visto in tutta la sua esistenza.
Gli uomini intuirono il regalo che Dio attraverso i delfini aveva loro donato, e gettarono le reti in mare, ringraziando con un segno di croce.
All’alba le barche di Pedro, Josè, Miguelito, Ramirez e dei fratelli Araňa erano così piene come non si ricordava a memoria d’uomo.
Finalmente avrebbero avuto di che sfamare le loro famiglie.
Al ritorno, come gli altri Pedro si è addormentato d’un sonno profondo, dovuto, nella sua amata casa.
Dormiva così intensamente da non accorgersi che il suo piccolo Manuel gli sfiorava teneramente le palpebre, cercando d’immaginare cosa stesse sognando.
Adesso tuo padre ti direbbe una storia, Manuel, la più bella storia che hai mai ascoltato.
La storia di una meravigliosa amicizia, che lega da sempre, da quand’è il mondo, l’uomo e il delfino.




(A Dio, e alla grandezza dei suoi piani)
sirQuant alle 12:20 in: antonio blunda, sirquant
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lunedì, 30 marzo 2009
Timido,giovane, ribelle;
un fiore da coltivare.
Ecco com'eri, tanto tempo fà.
Un volto semplice, quasi angelico.
Parlavi per ore, di libri e cinema:
conversavi con me,
di questo e quello:
non ti perdevi
in chiacchere, ma in logiche dispute,
nelle quali io vedevo sempre del buono.
Credevo in te e credevo
in quel volto semplice,
in quella voce suadente,
che mi attirava nel profondo.
Imparavo da te e attingevo
come un pozzo ricco di acqua,
nel quale scorreva pura.

Eri un altro allora, il tempo è passato.
Ti ricordo per quello che ora non sei più:
la gelosia ti ha consumato,
rovinato,avvolto e corroso..
forse reso più vecchio.

Credevo in te e credevo
in quel volto semplice,
ma ora sei un altro e mi ferisci;
di te conservo solo il male ora:
le lacrime dure e amare
dell'ossessione.

Ancora la tua voce mi rimbomba
e forse mi chiama,
la sento a volte..
nel silenzio della notte..
e mi spaventa..
e mi fà battere il cuore

Ma non rispondo all'anonimo allarme
di un disperato tentativo
di un ritorno,
non gradito.

Credevo in te e credevo
in quel volto semplice;
ma ora il tempo ci ha battuto
e allontanato per sempre.
giovy81 alle 13:42 in: giovanna salerno
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giovedì, 12 marzo 2009
Nessuna logica si oppone
al pensiero vibrante;
nessun destino si chiude
al mutar delle cose.
E' giunto il momento
ed io non so cosa dire.

Nessuna storia si presenta
al vivere quotidiano;
nessun foglio si piega
al continuo scrivere.
E' giunto il momento
ed io non so cosa dire.

Nessuna voce si oppone
al giaciglio stanco;
nessun cuore si spegne
al solitario pensiero.
E' giunto il momento
ed io non cosa dire,

ma rimane una speranza
per poterlo pensare.
giovy81 alle 10:23 in: giopoetessa, giovanna salerno
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mercoledì, 04 marzo 2009

Io trovo naviganti

sulla stessa barca

in balia di se stessi,

ma che si guardano

con l'amore:

occhi curiosi;

occhi sognanti

 

I naviganti

vanno avanti da soli

e stanno bene cosi

sulla stessa barca

in balia di se stessi.

 


giovy81 alle 20:42 in: giopoetessa, giovanna salerno
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lunedì, 02 marzo 2009
Se il mondo dorme
aiutami a pensare

come può farsi notte?

La morte strattona
ad un ciglio di strada,
ed ogni giorno è vento, è fuoco,
e…come?
Come potrebbe farsi notte?

Se il mondo dorme,
tu
non morire.

Al mondo
che se ne sta morto
tu dai la fiaba
da impartire

Se il mondo dorme, o muore
tu
tra i fiori di cortile
come può farti notte?
sirQuant alle 15:57 in: poesia, antonio blunda, sirquant
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giovedì, 26 febbraio 2009
Lasciatemi contare le stelle

Lasciatemi contare le stelle.

 

Lasciatemi contare le strade,

tutto quest’insieme che respira

la breve storia dei miei polmoni.

 

Lasciatemi contare le stelle

per tutte le cose meravigliose che ho immaginato

 

lasciatemi cadere

per un dio

o un destino

per la piccola macchina dei sogni

 

Nel nome di quest’Assurdità

lasciatemi contare le stelle

 

Lasciate andare

 

è così che immagino

la dispensa da tutti i mali

 

dirò ad un figlio

la vertigine dei miei occhi

il viaggio che ha fatto

la coperta

su di me

 

quella coperta

 

mi avranno adagiato

con un gesto d’autunno
sirQuant alle 17:16 in: poesia, antonio blunda, sirquant
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martedì, 24 febbraio 2009
Eccezionalmente oggi posterò nonostante sia già stato fatto,ma non si può rimandare...

In primis voglio ufficialmente dare il Benvenuto ad Antonio Blunda, conosciuto tramite Facebbok, che ci onora delle sue critiche.
(Ricordo che Il Simposio ha anche un gruppo su tale network!)

Saluto affettuosamente:
*Sincontrario che, dopo una pausa, ritorna a commentare e presto spero, a pubblicare per noi...
*Elisabetta Giancontieri, mia amica, redattrice e fotografa del gruppo.

E' uscito nuovo video, nato dalla collaborazione con il grande musicista Paolo Filippi.
Insieme abbiamo cantato  la canzone LA MIA LIBERTA' da lui già pubblicata, in sua unica versione.

La nuova canzone s'intitola
OVVIAMENTE...IO 
Testo: Giovanna Salerno
Musica: Paolo Fillippi

Presentazione:
ANCORA UN BRANO "FRIZZANTINO" DI PAOLO FILIPPI CON L'AUSILIO DEI SEMPLICI E TOCCANTI VERSI DELLA POETESSA GIOVANNA SALERNO CHE GLI E' COMPAGNA IN UNA SINGOLARE E PIACEVOLE UNIONE A DUE ..VOCALE E RECITATIVA


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Grazie.

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paolofilippi@tele2.it
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giovy81 alle 16:43 in: avviso, dedica, giovanna salerno
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martedì, 24 febbraio 2009
ITALIANI! "ERBA VOLANT, SCRITTA RIMANENT"!

Ieri sera mi sono ritrovato a far zapping intorno alla mezzanotte. E' stata una scelta ingenua e disperata, dettata dalla necessità di apprendere, da quel maledetto oggetto metallico trasmittente che ha invaso le nostre case, qualcosa di veramente serio. Un breve giro dei canali è un evidente spaccato del mondo in cui, NON andiamo, ma cui siamo andati incontro.
E' l'era del dominato De Filippi che dal suo feudo di Amici determina un pezzo di vincitori e vinti di un' Italia che più che andare a fondo ( sarebbe molto meglio e risolutivo) preferisce rimanere a galleggiare in acque di m...elma e putredine crescente.
E' l'era della D'eusanio, di Paola Perego, delle veline, schedine, ereditiere, avventuriere & co.
E' l'Italia caratterizzata dal tentativo estremo e pietoso di apparizione, realizzazione, attraverso mezzi e qualità che non si hanno affatto.
E la cosa assurda, è che è un'evidente legge di proporzionalità invertita ad equilibrare la società. Una società di superbi ignoranti, di gente che ha fatto propria come un credo la filosofia del "prendo tutto e subito", del "si può diventare qualcuno senza saper fare niente". Un Italia che professa e promuove eserciti di savant analfabeti "colti", aspiranti attori, cantanti, musicanti, guaritori, venditori di felicità gente che improvvisa tutto, che vende e svende tutto quel che ha, e sopratutto non ha, pur di avere un quarto d'ora di presunta celebrità televisiva.
E gli italiani? Gli italiani guardano. Ascoltano. Assimilano. "IMPARANO".
Eh, ma tanto, c'è la scuola. Si studia a scuola. Giusto. Ci sono i libri. Giusto. Chi vuole può spegnere tutto, uscire, dormire, far tutt'altro. Giusto. Ma non è così.
IO VOGLIO LA MIA LIBERTA' DI NON VEDERE TUTTO QUESTO. NON DEVO ESSERE IO, A CAMBIARE CANALE, MA CHI DETERMINA CIO' CHE GUARDEREMO, CHE DOVREBBE SMETTERLA.
GLI ITALIANI NON SONO STUPIDI. SONO INCAZZATI. E' DIVERSO DA ESSERE STUPIDI, ma il tentativo, credetemi, è quello. Dobbiamo diventare stupidi. L'intelligenza non serve, quella al massimo si esporta all'estero come le arance di sicilia.
Basterebbe una 24 ore in fretta e furia. Togliere tutto, differenziare, non riciclare.Cancellare, come l'immondizia di Napoli, scomparsa dal'oggi al domani.
Ma sì, dormiamo, dormiamo in gabbia. Tanto non siamo schiavi, la gabbia è grande, sia pure se chiusa a chiave. Ci si può vivere, tutto sommato.
Tutto quello che abbiamo imparato, buttiamolo via. Buttiamo via Benigni, Dario Fo, Eco, e tutti questi criminali che ci violentano quotidianamente con la loro cultura. A noi non serve. Le parole non servono.
Ce lo ricorda anche Cristina Del Basso, dalla casa del Grande Fratello: "....erba volant, e scritta rimanent".
Imparate.
sirQuant alle 09:40 in: antonio blunda, sirquant
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lunedì, 23 febbraio 2009
Cari lettori e collaboratori,
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Ringrazio i redattori, che pubblicano materiale molto valido e (per alcuni) inedito, per la creatività e per lo spirito di gruppo che si è creato all'interno della redazione.

Un Grazie anche a Paolo Filippi, che come sempre è disponibile amichevolmente e lavorativamente parlando, con le sue idee e la unica grinta.

Saluti.

Giovanna Salerno
giovy81 alle 17:11 in: avviso
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venerdì, 20 febbraio 2009

 

 

Titubo nell'alta sensibilità,
ti guardo cigolare ansie,
ti guardo come uno sparviero
nel tuo tentativo di sferragliamento.
Aspetto che mi diano un nome
per le mie riservatezze implose,
dietro alle pratiche reali di materia.
Conto gli aspetti acidi ma non mi arrendo
al concreto, al razionale triste,
come ti portavo con me nell'astrattismo
delle immagini colorate,
come i nostri tocchi al reale, i gridolii
del violino della nostra amicizia.
Ti sei arresa alla noia e alla dolcezza
del tuo tempo immutevole e molle,
non c'è più spazio in te
per sbuffi buffi e per i miei affannati
getti di vapore.

 

 

Sabatina Napolitano per simposio.

Basileia alle 11:45 in:
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martedì, 10 febbraio 2009
Soffio sottile,
un respiro che c'era,
ma che in pochi capivano.


Tolta ogni speranza
di farti tornare ancora una volta sorridente,

Ciao Eluana.



giovy81 alle 16:55 in: giovanna salerno
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lunedì, 09 febbraio 2009
IO E ...GIOVANNA
Versi di Giovanna Salerno
Musica di Paolo Filippi

Cliccate qui per iL VIDEO

"ANCORA UNA NUOVA EDIZIONE DI QUESTO NOTO BRANO DI PAOLO FILIPPI CON L'AUSILIO DEI VERSI PREZIOSI, LEGGERI E GENUINI DI GIOVANNA SALERNO POETESSA CHE FELICEMENTE CANTA CON L'AUTORE RIVELANDO MERAVIGLIOSE DOTI VOCALI DI TINTA MODERNA...
PIENE DI CALORE E DI CHARME...
"

(COLLABORAZIONE TELEMATICA ..VIA SATELLITE Castelvetrano /Verona )

BRANO IN SIAE
www.paolofilippi.net
www.simposiodipoeti.netsons.org

REDAZ.ARTISTIC
A/UFFICIO STAMPA:
paolofilippi @tele2.it
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giovy81 alle 10:52 in: paolo filippi, giovanna salerno
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